Se fossi fuoco, arderei Firenze - XIV | Uomini di ogni leva

Se fossi fuoco, arderei Firenze - XIV

Sospendendo temporaneamente, ma non chiudendo, il ciclo sull'alterità, questo numero tratta del nuovo romanzo di Vanni Santoni, Laterza, 150 pagine, 10 euro

by Chiara De Lucia

                                                     

 

 

Annabel, un'annoiata e scostante figlia della Firenze benestante, trova le lucciole nel boschetto di Villa Stozzi mentre in lontananza, dalla Limonaia, si sente De André che canta Cecco Angiolieri.

- Se fossi fuoco, arderei Firenze, - si dice sorridendo.

Più tardi ripensa a quando era andata a fotografare Porta Roma e l'aveva attraversata: “era passata di là e chiara aveva avuto l'impressione di quanto più a suo agio si sentiva dal lato di Firenze, che da quello dei forestieri. Altro che ardere: la verità è che sono io che ardo per questa città. E' solo che il mio fuoco è piccolo e pigro e intermittente.”

 

Vanni Santoni si sposta dalla profonda provincia di Gli interessi in comune alla città.

E' Firenze, con le sue piazze e le sue vie, con le sue basiliche e i suoi locali, con i suoi lambredottai e i suoi lungarni, non solo lo sfondo ma anche il collante di questo romanzo corale, in cui i tanti personaggi non sono che brevi comparse che continuano instancabilmente a passarsi di mano il testimone della narrazione; a nessuno sono dedicate più di cinque pagine, molti riappaio di sfuggita in paragrafi altrui.

 

Tanti gli ambienti, le vite, gli stili, che si susseguono e si sfiorano: i gambrini (quei magri ragazzetti ben vestiti, con il casco sotto braccio, che si incontrano davanti al Gambrinus, accanto alla Edison) e i pittori tossici, i punk a bestia e le americane, i fighetti palestrati e i membri pseudointellettuali di una rivista autoprodotta (che a me ricorda in un certo modo Mostro, a cui Santoni era legato, se non altro perché anch'io la incontrai, come Duccio, la prima volta sotto il porticato di Piazza della Repubblica ed anch'io, come lui, non la pagai), vecchi massoni grafomani e spacciatori magrebini, poliziotti in borghese e organizzatori di eventi alternativi sopravvissuti a se stessi ed al mutare delle stagioni tanto musicali quanto cittadine e psicotrope.

 

Non c'è che dire, il libro è scritto bene, scorrevole, agile, divertente e evocativo.

Ottima la prima parte Scintille, più dinamica, spigolosa e colorata; il testo poi non si mantiene (a partire dallo sproloquio di Girolamo, una sorta di volantino in miniatura di Jacopo - l'introduzione di Gli interessi in comune -) sullo stesso livello, perde vigore e capacità di rappresentare in poche pennellate un breve ma significativo spaccato di vita, si arena sempre più spesso in tirate (non eccessivamente lunghe per fortuna) lievemente retoriche e opache – e comunque frequentemente del tutto inutili e dispersive, che sembrano infatti dire al lettore: non ti preoccupare io sono solo un tributo descrittivo avulso dalla narrazione, leggimi veloce e senz'attenzione, sopportami, tanto finisco in breve – sui luoghi della città.

 

In Italia sono in molti a sognarsi di poter scrivere un libro come questo, Vanni Santoni è uno degli autori indubbiamente più dotati e interessanti del nostro panorama letterario (tra i giovani - e forse non solo - il più interessante anzi); proprio per questo mi aspettavo qualcosa di più da Se fossi fuoco, arderei Firenze e proprio per questo sono più incline a trovarne le pecche che non a lodarne i pregi (che sono parecchi e importanti).

 

I personaggi sono piuttosto ben riusciti, ma a volte stereotipati o scontati, la forte caratterizzazione (convincente più nell'insieme, nell'atmosfera – non così originale comunque -, che nei singoli passaggi che la prendono direttamente di petto) della città va a discapito di quella dei suoi abitanti, un po' sbiaditi, schematici. Nulla a che spartire con le figure e le storie folgoranti e rivelatrici del romanzo precedente.

Mi si dirà che “è la struttura della narrazione differente, che non c'entra nulla questa comparazione, che qui siamo in presenza di un caleidoscopio di frammenti di esistenza fagocitati della forza centripeta urbana e restituiti nel labirintico via vai del suo coacervo circolare” e cazzate simili.

Ma questo non è del tutto vero, anzi non lo è affatto, la differenza non sta nella quantità, nello spazio e nella dislocazione del dato umano, ma nella sua qualità: in Se fossi fuoco compare di rado e appannato quel potere invidiabile e irresistibile (così peculiare di Santoni) di raccontare con spietata (e ironica) lucidità i particolari più infimi, eppure così illuminanti e sconvolgenti, delle vicende, delle esperienze, delle abitudini dei suoi personaggi.

L'inquietante realismo spudorato e incontinente s'è annacquato, la parola ha perso spessore e affilatura, le prospettive e le lenti si sono standardizzate.

 

Ho letto in giro un po' di recensioni, un cicaleccio di “romanzo-guida della città”, credetemi non centra nulla (per fortuna), e di apprezzamenti per “la sensibilità nei confronti del parlato” (c'è la sensazione che simili ovvie frasi siano state copiate da vecchi articoli sul primo Tondelli).

 

In sostanza il libro (voto 6+) è buono, lo consiglio a tutti, estremamente fruibile e godibile, ma più leggerino e conformista, meno importante del precedente, che avevo valutato 7.

 

 

 S'i' fosse foco, l'adattamento musicale di De André del famoso sonetto di Angiolieri (rispetto alla figura del quale si ricorda l'indimenticabile Vite Immaginarie di Macel Schwob)

 

Il sonetto:

 

S'i' fosse foco, ardere' il mondo;
s'i' fosse vento, lo tempestarei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil'en profondo;

s'i' fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti cristïani embrigarei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.

S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi' madre,

S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.

 

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