Alterità (3) - Dostoevskij, le patologie dialogiche del sé e l'altro da sé con plus di alterità - XIII | Uomini di ogni leva

Alterità (3) - Dostoevskij, le patologie dialogiche del sé e l'altro da sé con plus di alterità - XIII

by Chiara De Lucia

 A) Dostoevskij come guida

 

Il questo terzo numero del ciclo “Alterità” voglio provare a mettere a punto qualche altra chiave di lettura portante (magari in precedenza già accennata) partendo direttamente da Dostoevkij.

Questo autore ha infatti trascorso gran parte della sua esistenza (vedi la biografia della seconda moglie Anna Grigorievna “Dostoevskij mio marito” e “Diario di uno scrittore”) ad interrogarsi sul rapporto sé-altro da sé ed ha dedicato al tema la maturità della sua produzione artistica: una miniera d'oro inesauribile di spunti e idee per la nostra indagine.

 

B) Versus Filosofia

 

Ho deciso per ora di mettere da parte i contributi dei “pensatori puri”, infatti, anche se non si può negare una notevole vis destruens al ragionamento filosofico, io penso che questo abbia perso nell’ultimo secolo molto del suo potere d’influenza (e di comprensione) nel dibattito culturale intorno all'uomo: in particolare non è più in grado di dettare le priorità ed organizzare i significati da una posizione autorevole, si trova invece a rincorrere il mondo con affanno ed a cercare di imbrigliarlo con strumenti spuntati e non di rado del tutto inadeguati.

La magmaticità del complesso universo mentale umano esploso nella contemporaneità si presta di più agli sprazzi di frammentaria interpretazione suggestiva dei paradigmi letterari.

 

C) Versus Psicologia

 

E' molto diffusa un'odiosa metodologia d'interpretazione dell'opera letteraria basata sulla psicologia.

Prendo l'eclatante ed emblematico esempio di Kafka per spiegare cosa intendo.

Capita purtroppo molto di frequente che la problematica e controversa opera dello scrittore praghese venga analizzata (con l'accetta) in chiave psicologica o psicanalitica. Naturalmente i risultati ottenuti sono scarsi (anche se di moda) e disinteressanti, ma soprattutto comportano un'ingiustificata riduzione semplicistica: portano a trascurare e amputare la dimensione simbolica, quella esistenzialistica, quella più strettamente endo-ebraica, quella cabalistica, nonché quella teologica (Calasso lo definisce addirittura “il più grande teologo del ’900), eccetera.

 

Il medesimo discorso vale a maggior ragione per Dostoevkij, che considerava la lettura psicologica delle dinamiche interiori dei suoi personaggi un travisamento e che colse più volte l’occasione per precisarlo, ci basterà in proposito la sua celebre autointerpretazione autentica epistolare: “voglio trovare l’uomo nell’uomo… mi chiamano psicologo: non è vero! Io sono solo realista nel senso più alto, cioè raffiguro tutte le profondità dell’anima umana”. Da qui l’insistenza ad esempio di Igor Sibaldi, Luigi Pareyson e di Berdjaev prima di loro per una lettura squisitamente “pneumatologica” Non reazioni psicologiche ma tragici destini dell’anima occidentale, lui dipinge. Non in “sensi di colpa” consiste il Castigo di Raskolnikov (vedi il post precedente n. XII), si tratta piuttosto di putrefazione e di necrosi spirituale. (Per un esempio di arida interpretazione psicoanalitica vedi il celebre, per quanto datato, “Dostoevskij e il parricidio” di Freud)

 

Questa precisazione non è fine a sé stessa; è necessaria per impostare correttamente il discorso che voglio fare, nel senso che non va assolutamente guardato dal versante psicologico. Cosa pensasse l’autore della psicologia (e quanto la odiasse e considerasse pericolosa) lo si ricava facilmente dai discorsi e dalle invettive di Mitja Karamazov in carcere su Rakitin e su Bernard, dal progetto rivoluzionario di Petr Verchovenskij nei Demoni, dalle arringhe degli avvocati nel processo che chiude i Karamazov. La psicologia per lui è una delle tante forme del riduzionismo ed in ultima analisi del nichilismo.

 

D) Le patologie dialogiche del sé, la malattia contratta nel rapporto con l'altro disconosciuto e la guarigione.

 

Abbiamo detto come Dostoevskij voglia trovare “l’uomo nell’uomo”; ma dove cercarlo?

Dal suo punto di vista non esiste nulla di simile a “l'uomo-monade” (per il rivoluzionario superamento stilistico, ma anche ideologico, del romanzo - e dell'uomo - monologico ad opera di quello polifonico vedi “Dostoevskij, poetica e stilistica”): l’uomo si realizza ed “esiste” autenticamente solo nel rapporto con l’altro da sé, da qui la celebre critica di Bachtin che parla dell’uomo nei romanzi dello scrittore russo come di “essere eminentemente, ontologicamente, dialogico”. E’ solo nel dialogo con l’altro da sé che l’uomo mostra il suo vero volto.

 

Ogni qual volta il rapporto tra sé e altro da sé esce dai binari del riconoscimento del valore nell’altro, della dignità e della libertà altrui, la relazione sé-altro entra in una fase patologica. L’uomo, ammalato nella sua dimensione più radicale, quella del dialogica, inizia a deflagrarsi nel profondo, ad autonullificarsi (secondo le modalità descritte in precedenza nel n. XII), a diventare sub umano.

 

Se questo processo di sgretolamento progressivo non viene arrestato - il che è difficilissimo - la malattia porta alla morte: in Dostoevskij non c’è vera distinzione tra malattia fisiologica, mentale, esistenziale e metafisica (si pensi oltre che a Raskolnikov anche a Ivan, a Kirillov, a Nastasja Filippovna, a Ganja Ardalionovic, a Stepan Trofimovic, al Generale Ardalion Ivolgin, a Svidrigailov, a Marmeladov, a Smerdjakov)

 

Rodion è uno dei pochi che si salva; la sua salvezza avviene nuovamente sul piano relazionale-dialogico, l’unico possibile, nell’incontro autentico con Sonja Marmeladova. Lei può guarirlo perché ha fatto il percorso inverso al suo: non l’arbitrio del volo ergo possum, non la riduzione dell’altro, ma il martirio, lo svilimento e il sacrificio di sé, nella prostituzione, allo scopo di salvare l’altro da sé: i suoi fratellini che muoiono di fame, suo padre alcolizzato, la sua matrigna impazzita per il dolore. Vedremo poi come in verità Sonecka sia condizione necessaria ma non sufficiente per la guarigione

 

Solo altri tre soggetti si riescono apparentemente a salvare: Mitja Karamazov, lo Starets Zosima e il fratello maggiore dello Starets Zosima. Ma Mitja non s’ammala mai cronicamente, in lui pulsa il cuore vigoroso e salvifico del popolo russo, scorre il sangue caldo del genio contadino, incorruttibile perché saldamente ancorato alla santa madre terra. Zosima si salva sì, ma perché diventa un santo: la via della santità è una via stretta, eccezionale, che può essere percorsa da pochi, è la via degli eletti, sbarrata e inaccessibile per l'uomo comune. Il fratello dello Starets guarisce nell’estasi mistica cantando lo splendore del “Cantico delle creature”, ma lo fa morendo adolescente.

 

Quindi l'unico che che sfugge veramente alla morte una volta intrapresa la via patologica è Raskolnikov.

A nulla vale l'acuta e geniale mente di Ivan Karamazov, l’eroe intellettualmente più dotato; a nulla valgono per Stavrogin, l’eroe dall’energia più poderosa, i doni che la natura gli ha fatto (fascino, bellezza, carisma manipolatorio, forza e resistenza inaudite, ingegno multiforme penetrante).

 

E) Gli altri con plus di alterità

 

Tutti gli studi più interessanti su Dostoevskij analizzano questo rapporto sé-altro da sé (anche se non elaborano in maniera compiuta e sistematica il concetto di “patologia dialogica del sé” e di “guarigione”), ma peccano gravemente, a mio avviso, delimitando ingiustificatamente la fenomenologia da prendere in considerazione al solo altro da sé che è l’essere umano adulto (Berdjaev poi sgrava stupidamente e delimita addirittura al solo essere umano adulto maschile). Ma non è così!

Questa restrizione del campo d'analisi è fuorviante e non permettere di mettere a fuoco il discorso sull'alterità in Dostoevskij in tutta la sua pienezza e originalità spiazzante.

 

Ci sono anche ulteriori “altri-da-sé”, in cui per altro l’alterità è più accentuata, nell’opera dello scrittore russo e nel rapporto con questi vige esattamente la stessa legge relazionale-dialogica che abbiamo descritto sopra! Con tutto quello che ne consegue.

Sono altri con plus di alterità, ma altri completamente significativi.

 

Mi riferisco ad animali, bambini e jurodivye.

 

Il discorso su bambini e jurodivye sarà oggetto di un futuro articolo da inserire in un prossimo ciclo sulla mistica (soprattutto laica). Sarà quella l'occasione per approfondire anche il tema dell'epilessia estatica in Dostoevkij e per introdurre i “personaggi luminosi” (in questo numero della rubrica vengono trattati, sia pur sbrigativamente solo i “personaggi oscuri”), quindi soprattutto Aleksej Fedorovic Karamazov e il Principe Lev Nikolaevic Myskin, entrambi in parte jurodivye e entrambi strettissimamente legati ai bambini dall'amore più spontaneo e puro.

 

In questa sede basterà fare due precisazioni:

 

1 - Bambini: al lettore contemporaneo faccio presente che la nostra sensibilità plasmata dal ‘900, “secolo del fanciullo e della pedagogia”, non ci permette di renderci effettivamente conto di quanto in passato (ed anche oggi in non poche zone nel mondo) il bambino fosse pensato in maniera completamente differente: ridotto ad un “non ancora adulto” incapace, inaffidabile, demente, privato del suo sé autentico e visto come un improduttivo, stupido, essere umano potenziale. Un tipico altro da sé con plus di alterità, svilito e incompreso.

 

2 - Jurodivye: è un antichissimo termine russo che andava ad identificare individui in bilico tra la santità e la follia. Se prevaleva il primo elemento avevamo un “profeta-mendicante”, se al contrario prevaleva il secondo avevamo strambi, “urlone”, minus habens, pazzi.

Questi soggetti venivano trattati con il massimo rispetto e compassione, venivano adottati dai paesi e dalle città, che provvedevano al loro sostentamento.

Oltre che al profondo spirito solidaristico e religioso della Russia rurale, questo comportamento caritatevole era dovuto ad una precisa pietas risalente ai “profeti danzanti” (1 Samuele 10 ecc) del Vecchio Testamento ed un'accezione letterale dei vv. 18 e sgg. della Prima lettera ai Corinzi “poiché la parola della croce è follia...”

 

F) Gli animali

 

Veniamo agli animali in Dostoevskij, un territorio sconosciuto, ancora tutto da scoprire e mappare, visto che nessuno s'è mai preso la briga di prenderlo in considerazione (l'uomo ha una paura folle di scoprire “senso” negli animali), con il risultato che studi critici sul tema sono completamente assenti. Mi limito a due esempi: l’incubo del cavallino picchiato a morte di Rodion in Delitto e Castigo e la malattia di Iljusecka nei Karamazov.

 

Se le pagine di più alta ispirazione metafisica sono dedicate alla riduzione sistematica dell’altro (leggenda del grande inquisitore, programma di riforma sociale di Sigalev, messianismo slavofilo reazionario di Satov) ed a quelle particolari patologie dialogiche del sé che sono lo sdoppiamento di sé (Ivan e il Diavolo), l’annidarsi dell’altro travisato in sé (Memorie dal sottosuolo), la rivolta dell’arbitrio deicida contro il sé (Kirillov); se le pagine di maggior impeto passionale e coinvolgente turbine emotivo sono costituite dalle indimenticabili scene corali scandalose (compleanno della Filippovna con i centomila rubli bruciati; Generalessa Epancina, nichilisti e principe Myskin nel portico della dacia di Lebedev; salotto di Varvara Petrovna dopo la messa; Fedor Pavlovic e figli prima dallo Starets poi alla mensa dell'Igumeno); quelle più struggenti, commoventi e partecipate sono dedicate agli animali (spesso in correlazione non casuale con i bambini)

 

 1 - Raskolnikov e la cavallina: Rodion è malato (abbiamo già visto perché e come), per salvarlo saranno necessari due martiri: quello consumato di Sonja e quello sventato all’ultimo di Dunja. Sarà necessario il tenero amore materno e quello sano e robusto di Razumichin. Sarà necessaria l’orribile identificazione con Svidrigailov, prima del suo suicidio.

Ma tutto questo non basterà.

 

La guarigione inizia ed è resa possibile da un’illuminazione: l’illuminazione dell’altro da sé con plus di alterità come valore indisponibile. E’ resa possibile dalla sofferenza del cavallo, dalla compassione per il cavallo.

 

Penso valga la pena riportare questo straordinario passaggio per esteso, prima di procedere ad ulteriori osservazioni:

 

Il sogno di Raskolnikov

 

Ecco il sogno che fece: lui e suo padre camminano lungo la strada che porta al cimitero e passano davanti alla bettola; egli tiene il padre per mano e si volta timorosamente a guardare la bettola. Una circostanza speciale attrae la sua attenzione; sembra che là dentro, ora, ci sia una festa, con una folla di mogli di piccoli commercianti e artigiani, tutte agghindate, e di contadine con i loro mariti, e con ogni sorta di gentaglia. Sono tutti ubriachi, tutti cantano canzoni, e vicino all’ingresso della bettola c’è un carro da contadino, uno strano carro; uno di quei carri a cui si attaccano grossi cavalli da tiro e che servono al trasporto di merci e botti di vino. A lui era sempre piaciuto guardare quelle enormi bestie da tiro, con le loro lunghe criniere e le loro zampe massicce, andarsene tranquille, con passo cadenzato, tirandosi dietro un’intera montagna di roba senza il minimo sforzo, come se con il carro dietro si sentissero perfino più leggere. Ma ora, strano a dirsi, a un così pesante carro era attaccata una piccola e magra rozza contadina, color baio chiaro, una di quelle che – come spesso aveva visto – non ce la fanno, a volte, a tirare un carico di legna o fieno, specialmente se il carro affonda nel fango o in un solco della strada; e i contadini le frustano con incredibile violenza, a volte perfino sul muso e sugli occhi, e lui ne provava tanta ma tanta pena, che per poco non piangeva, e la mamma, allora, doveva allontanarlo dalla finestra. Ma ecco, improvvisamente, un gran baccano: dalla bettola escono tra grida e canti, con le loro balalajke, ubriachi fradici, contadini ben piantati dalle camicie rosse e azzurre, il gabbano gettato sulle spalle: «Montate, montate tutti !» grida uno di loro, un giovane, con il collo taurino e il volto carnoso, rosso come una carota. «Vi porto tutti a casa, accomodatevi!» Ma subito echeggiano risate e proteste:
«Ma dove vuoi che ci porti questa vecchia rozza?»
«Tu, Mikòlka, sei diventato proprio matto! Attaccare un cavalluccio così a un carro di questi!»
«Lo sapete, ragazzi, che questo cavallo avrà i suoi bravi vent’anni?»
«Montate, vi porto tutti a casa!» grida di nuovo Mikòlka, e saltando per primo sul carro afferra le redini e si erge a cassetta in tutta la sua statura. «Il baio è andato via l’altro giorno con Matvèj,» grida dal carro, «e questa cavallina, miei cari, mi fa proprio morire: quasi quasi vorrei ammazzarla, tanto mangia il mio frumento a sbafo. Su, sedetevi! La metterò al galoppo! Vedrete come galopperà!» e piglia in mano la frusta, accingendosi, tutto felice, a frustare la bestia.
«Ma sì, coraggio, montiamo!» sghignazzano dalla folla. «Lo hai sentito, si andrà al galoppo!»
«Scommetto che saranno dieci anni che non galoppa più…»
«Ma adesso lo farà!»
«Dateci dentro, ragazzi, pigliate la frusta, pronti!»
«Via ! … Frustatela !»
Tutti salgono sul carro di Mikòlka tra scherzi e risate. Sono già saliti in sei, e c’è ancora posto. Pigliano con loro una contadina, grassa e rubiconda. Ha una veste di cotonina rossa, una cuffia con le perline di vetro e zoccoli ai piedi; schiaccia nocciole con i denti ridacchiando. Anche tra la folla, intorno, si ride; e, del resto, come non ridere? Una cavallina così malandata, mettersi al galoppo con un simile peso! Subito due giovanottoni, sul carro, afferrano la frusta per dare una mano a Mikòlka. Si sente un «su-u!» La rozza ce la mette tutta ma, altro che galoppo! riesce a malapena a spostare il carro, non fa che agitare le zampe, gemere e rattrappirsi sotto i colpi delle tre fruste, che le piovono addosso come una gragnola. Sul carro e tra la folla raddoppiano le risate, ma Mikòlka si arrabbia: tutto furioso, fa piovere sulla cavallina colpi sempre più fitti, come se credesse davvero di farla partire al galoppo.
«Fatemi posto, ragazzi!» grida dalla folla un giovanotto che ci ha preso particolarmente gusto.
«Monta! Montate tutti!» urla Mikòlka. «Vi deve portare tutti. La frusterò a morte!» E frusta, frusta, e per la gran furia non sa nemmeno più con che cosa picchiarla.
«Babbo, babbino,» grida il bambino al padre, «babbo, che cosa fanno? Babbo, picchiano quel povero cavallino!»
«Andiamo, andiamo!» dice il padre, «sono ubriachi, se la spassano, quelle carogne: andiamo via, non stare a guardare!» E vorrebbe portarlo via, ma lui si strappa dalle sue braccia e, fuori di sé, corre verso il cavallino. Ma il povero cavallino, ormai, è allo stremo. Ansima, si ferma, dà di nuovo uno strattone e per poco non cade.
«Frustiamolo a morte!» grida Mikòlka, «non c’è altro da fare L’ammazzerò!»
«Ma non sei cristiano, dunque, brutto animale?!» grida un vecchio dalla folla.
«S’è mai visto che un cavalluccio così tiri un simile peso?» aggiunge un altro.
«Lo farai fuori!» grida un terzo.
«Sono affari miei! È roba mia! Faccio quel che voglio! Montate ancora! Montate tutti! Voglio vederlo galoppare e basta!…»
A un tratto si leva una salva di risate che copre ogni altro rumore: la cavallina non sopporta più quei colpi così fitti e, impotente, comincia a scalciare. Perfino il vecchio non può fare a meno di sorridere. Una bestia così malridotta, ecco che si mette a sparar calci!
Due giovanotti della folla ti pigliano anch’essi una frusta per uno e corrono presso la cavallina per frustarla sui fianchi: uno da una parte, uno dall’altra.
«Dagli sul muso, sugli occhi, sugli occhi!» grida Mikòlka.
«Una canzone, ragazzi!» grida qualcuno sul carro fra il consenso generale. Si leva nell’aria una canzone sfrenata, accompagnata nei ritornelli da fischi e dal suono del tamburello. La contadinotta schiaccia nocciole coi denti e ridacchia sempre.
Il bambino accorre verso la cavallina, corre più avanti e vede come la frustano sugli occhi, dritto sugli occhi! Allora piange: il cuore gli si gonfia e colano le lacrime. Uno di quelli che si accaniscono sulla bestia gli sfiora con la frusta il viso, ma lui non sente; si torce le mani, grida, si slancia verso il vecchio con i capelli e la barba bianca, che sta scuotendo il capo perché disapprova tutto questo. Una donna lo prende per un braccio e vuol condurlo via, ma lui si divincola e corre di nuovo verso la cavallina, che è già ai suoi ultimi sforzi, eppure ancora una volta si mette a scalciare.
«Che ti venga un colpo!» esclama Mikòlka, fuori di sé per la rabbia. Getta la frusta, si china e tirata su dal fondo del carro una lunga e grossa stanga, l’afferra con tutt’e due le mani e l’alza a fatica sopra la bestia.
«Ora la fa in pezzi!» gridano intorno.
«L’ammazza!»
«È roba mia!» urla Mikòlka, e con tutto lo slancio di cui è capace fa ricadere la stanga. Si sente un tonfo sordo.
«Frustatela, frustatela! Perché vi siete fermati?» si levano voci dalla folla.
Mikòlka, intanto, brandisce un’altra volta la stanga, e un altro colpo piomba sul dorso dell’infelice rozza che si accascia con tutto il deretano, ma subito balza di nuovo sulle zampe e tira, tira con le sue ultime forze ora di qua, ora di là, per smuovere il carro. Ma da ogni lato le arrivano addosso sei fruste, mentre la stanga si solleva e ricade per la terza volta, poi per la quarta, con ritmo regolare, con slancio. Mikòlka è furioso perché non è riuscito ad accopparla con un sol colpo.
«Ha la pelle dura!» gridano intorno.
«Adesso scommetto che cade, ragazzi! Adesso crepa!» grida dalla folla uno che se la sta godendo un mondo.
«Ci vorrebbe la scure, altro che storie! Finirla con un colpo!» grida un terzo.
«Che ti venga il cancro! Fate largo!» si mette a urlare come un pazzo Mikòlka; getta via la stanga, si china di nuovo a cercare nel carro e tira su una spranga di ferro. «Attenzione!» grida, e molla con tutta la sua forza un gran colpo al suo povero cavallino. Ecco, il colpo è partito; la bestia barcolla, si accascia, fa come se volesse ancora tirare, ma la sbarra le ricade sul dorso ed essa stramazza a terra, come se le avessero tagliato tutte e quattro le zampe d’un sol colpo.
«Finitela!» grida Mikòlka, mentre balza giù dal carro, completamente fuori di sé. Alcuni contadinotti, anch’essi rossi e ubriachi, afferrano quel che gli capita sotto mano, fruste, bastoni, la stanga, e corrono verso la cavallina ormai sul punto di crepare. Mikòlka si mette di fianco e continua a menarle inutilmente altri colpi sul dorso. La rozza allunga il muso, emette un pesante sospiro e muore.
«L’ha proprio fatta fuori!» gridano nella folla.
«È roba mia!» urla Mikòlka, con la spranga in mano e gli occhi iniettati di sangue. Sta lì, e sembra scontento di non aver più nessuno da picchiare.
«Davvero non sei cristiano!» gridano numerose voci dalla folla.
Il bambino, ormai, non sa più quello che fa. Gridando si fa largo tra la folla, si avvicina alla bestia morta, ne cinge con le braccia il muso insanguinato e la bacia, la bacia sugli occhi, sulle labbra… Poi, d’un tratto, balza in piedi, e fuori di sé si slancia con i piccoli pugni alzati contro Mikòlka. Proprio in quel momento il padre, che già da un pezzo lo rincorre, finalmente lo acchiappa e lo conduce via dalla folla.
«Andiamo! Andiamo!» gli dice, «andiamo a casa!»
«Babbo! Ma perché… hanno ammazzato il povero cavallino?» domanda singhiozzando, mentre gli manca il respiro e dal petto oppresso le parole gli escono come strida.
«Sono ubriachi, se la spassano, non è roba che ci riguarda, andiamocene!» dice il padre. Il ragazzo lo abbraccia, ma il petto gli si serra, gli si serra sempre di più, vorrebbe tirare il fiato, gettare un grido, e si sveglia.
Si svegliò tutto sudato, con i capelli bagnati di sudore, sentendosi soffocare, e si sollevò pieno di spavento.”

 

Proprio quando Raskolnikov stava per cadere per sempre nell’abisso senza ritorno della nullificazione, l’illuminazione realizzante della sacralità intangibile della vita nell’altro, nell’animale, gli tende la mano.

 

Molto altro dovrà concorrere per salvarlo, abbiamo già detto. E non c’è salvezza senza adeguata espiazione. Rodion confesserà infine l’omicidio ed andrà in Siberia ai lavori forzati, ma lo farà essendosi ritrovato, in salute, avendo sconfitto le metastasi di quel tumore che è la relazione distorta con l’altro da sé.

 

2 – Iljusecka e Zucka: (In questo caso sono costretto a procedere ad una sintesi visto che la vicenda in questione si sviluppa in varie decine di pagine, per altro non consecutive.)

 

Iljusa è un bambino povero, indigente. Vive in un'unica stanza in affitto, buia e laida, con tutto il resto della famiglia.

La sorella e la madre sono delle povere infelici, allettate, impedite nei movimenti, semicoscienti e infantilmente lamentose e bizzose.

Il padre è ora disoccupato e non ha di che sfamare i familiari. Mitja Karamazov l’ha preso un giorno per la barba, in un osteria, trascinandolo fin in piazza tra le suppliche e le preghiere del figlioletto perché lo risparmiasse.

Iljusecka era un bravo scolaro prima, aveva anche fatto amicizia con Kolja, un altro studente, più grande, carismatico e sveglio: un capobanda rispettato.

Dopo la vicenda del padre umiliato il fanciullo non è più lo stesso, il suo povero orgoglio di bambino è ferito, diventa introverso e aggressivo con i compagni che lo prendono in giro per il padre. Si scatenano risse e sassaiole.

 

Un giorno Iljusa (dietro suggerimento di Smerdjakov) prepara un bocconcino, ci mette dentro degli spilli e lo lancia a Zucka, un cane di strada abbandonato e mal messo. Zucka lo inghiotte ed il bambino scappa. Quando racconta l’episodio a Kolja, questi lo allontana da sé.

Non è solo una questione solo d’orgoglio: vedere il padre trattato in quel modo ha sconvolto Iljusecka, non si riesce a dar pace, il suo cuoricino sanguina. E’ impossibile qui, in sintesi, ricostruire la sua tempesta interiore.

 

Fatto sta che, come somatizzando il trauma, il bambino si ammala. I dottori non riescono a capire nulla, non sono in grado di curarlo. Tutti credono che dipenda esclusivamente dalla violenza di Mitja sul padre, ma nel suo delirio il bimbo continua parlare di Zucka, di aver ucciso Zucka ed a piangere.

Grazie all’intercessione di Alesa Karamazov le condizioni materiali della famiglia migliorano e tutti i compagni vanno a trovarlo per fargli compagnia. Ma lui non guarisce, peggiora, ed il suo pensiero fisso è Zucka. “Sono malato papà, perché quella volta ho ucciso Zucka ed ora Dio mi punisce” ripete all’infinito tra i sudori delle febbri.

 

Iljusecka sta infine morendo, quando del tutto inaspettato si presenta a casa sua Kolja con un cane, Perenzvon. Anche nell’agonia il bimbo capisce che Perenzvon, altri non è che Zucka: il suo vecchio amico Kolja l’ha cercato per settimane ed infine è riuscito a trovarlo, vivo, e l’ha portato a lui per una sorpresa.

E’ indescrivibile quello che Dostoevskij riesce a mettere in piedi in questa seconda parte dei Karamazov (situazioni di una potenza senza paragoni), né certo io sono all’altezza anche solo di provare a cercare di raccontarlo con un minimo di decenza.

 

Iljusecka muore, ma riconciliato con sé stesso. Zucka vive e questo era il suo unico e ultimo desiderio.

 

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1

Alessandro

2011-11-21 02:25:43

Mi sto domandando una cosa da un giorno...e sarei felice tu mi aiutassi nella ricerca della risposta. Per quale motivo mi hai nascosto la tua scrittura!? Sono felice, io adesso però ti chiedo un libro. Devo davvero farti i complimenti per come osservi il mondo,e per come lo condividi con noi, giocando con la difficile arte della scrittura. Bravo cazzo!
Ho letto con chiarezza che a breve tornerai sui temi legati ai non-adulti, il tuo punto di vista, il tuo "panorama" è in parte nuovo per me, per cui questa parte mi interessa molto, visto che mi è cara per coincidenze e per studi aimè quasi lontani....

2

Rodion R. R.

2011-11-21 13:53:29

Ciao Ale, grazie, veramente troppo gentile; sono proprio contento che questi ultimi post ti siano piaciuti.

La mia scrittura non te l'ho mica nascosta, è solo che non esiste. Talvolta scribacchio qualcosa, ma poi mi accorgo di non essere ancora maturo, di non aver ancora gli strumenti adeguati (magari non li avrò mai) per qualcosa di serio, aggiungi a questo che come sai sono piuttosto nevrotico, mi butto su qualcosa con tutte le energie, ma dura poco: brucio tutto troppo presto e passo ad altro. Alcuni lo chiamano essere eclettici, io lo chiamo non essere equilibrati.

Nelle prossime settimane pubblicherò con parsimonia, mi devo dedicare per forza agli impegni "giuridici".

A presto.

3

chiara

2011-11-22 15:13:38

“Immagina che i membri di una tribù vengano educati, fin dalla primissima giovinezza, a non mostrare la benché minima espressione di sentimento...Questi uomini non avrebbero nulla di umano[…]. E tuttavia potrebbero benissimo esserci creature così, umane per tutto il resto.
(Wittgenstein, L., Zettel Torino, Einaudi, 1986, § 383).

Wittgenstein e il problema degli altri - Prima Parte -

Quella che Wittgenstein offre è un’analisi dei modi di esporsi alla presenza degli altri in cui la dimensione dell’etica della nostra vita propriamente si riflette; un’analisi, per così dire, di certi aspetti ed effetti della co-presenza che hanno un rilievo o una tensione morale.
Molto spesso l’enfasi sulla “purezza” della moralità ha fatto sì che l’etica si concentrasse quasi esclusivamente su ciò che il giudizio morale mette a fuoco, trascurando aspetti dell’esperienza morale ordinaria che possono essere considerati importanti; conseguentemente di pertinenza etica sono non i principi, l’argomentazione morale o l’accordo procedurale che la rende possibile, ma le nostre risposte fondamentali verso la vita e le forme di vita, nonché gli atteggiamenti assunti nei confronti di altri esseri umani (le mie riposte a te e le tue a me: in breve il riconoscimento della posizione in cui ciascuno di noi si trova rispetto agli altri e rispetto alla sua propria condizione umana).
Vi sono pochi dubbi che per Wittgenstein il problema degli altri non sia un problema o, per dirla più esattamente, che non sia un problema nel senso in cui lo è stato per la filosofia moderna.
Certamente non si possono citare passi in cui si cerchi di provare che gli altri esistono, che hanno una mente oltre a un corpo, che non sono semplici automi o macchine.
Del resto Wittgenstein ha sempre professato un’idea di filosofia per cui essa “si limita (…) a metterci tutto davanti, e non spiega e non deduce nella”1.
In effetti, ciò che gli interessa soprattutto è da un lato riconoscere la genesi del problema filosofico degli altri, ossia capire come l’esistenza degli altri possa diventare per la filosofia un problema, e dall’altro, mostrare che l’incertezza ed il sospetto che accompagnano il mio rapporto con gli altri e che mi mentano, l’impressione di non capirli davvero, il dubbio su ciò che veramente provano o dicono di provare, sono fenomeni della vita umana ben differenti dal dubbio, dall’incertezza o dal sospetto di cui si serve il filosofo per sostenere che, in assenza di una prova, l’esistenza degli altri resta fondamentalmente problematica.
Scegliere di concentrarsi essenzialmente sulla filosofia della mente di Wittgenstein, in particolare sul cosiddetto problema della “mente degli altri”, offre due vantaggi. Il primo è che le considerazioni a proposito del problema delle menti altrui ci consentono di vedere come le problematiche di natura epistemologica abbiano anche una rilevanza più ampia, gettando luce non solo sulle ansie scettiche circa i poteri della nostra mente di arrivare a “toccare” la realtà , cioè sul timore di fermarsi prima di giungere alle menti altrui, ma anche sul tipo di conseguenze che produciamo sugli altri quando soccombiamo allo scetticismo, inteso come atteggiamento che diffida della –e dunque ci allontana dalla conoscenza ordinaria degli essere umani. Quando cediamo all’impulso scettico e ad esempio, neghiamo la possibilità di cogliere con certezza la tristezza in un volto, non accogliendola, abbandoniamo la “nostra umanità” , la dimensione espressiva della forma di vita cui siamo stati iniziati. Il secondo vantaggio offerto dalla scelta di partire dalla questione della mente altrui è metodologico perché essa configura una particolare unità di osservazione, quella di due individui esposti l’uno all’altro ed indotti a confrontarsi con la necessità di riconoscere, o eludere ciò che l’incontro esprime circa gli stati mentali e lo status dell’altro.
Nella filosofia moderna il problema degli altri o, come anche di solito e significativamente si dice, “il problema delle altre menti“ è uno dei problemi più classici. Nel caso di Wittgenstein è quello che rivela l’orientamento più classico e gli assunti di base dell’intera sua opera.
Nella sua forma più nota esso si articola in una serie di domande, ad esempio “come faccio a sapere che oltre a me esistono altri che, come me, pensano, sperano, credono, desiderano, soffrono, gioiscono, temono eccetera? Può mai avere l’esistenza degli altri quella certezza che posso rivendicare per la mia propria esistenza? Che gli altri esistono è qualcosa di destinato a rimanere sempre allo stato di congettura? Come posso escludere, considerato che ogni accesso diretto alla mente dell’altro mi è di principio interdetto, che i cosiddetti “altri” siano semplicemente degli automi (corpi senza mente) che si comportano come uomini (corpi dotati di mente) pur non essendolo affatto? E’ forse l’ipotesi di un accesso indiretto alle menti degli altri meno problematica di quello di un accesso diretto? Come posso, per esempio, dissipare il sospetto che gli altri mi mentano sistematicamente, che dicano di soffrire quando non soffrono e restino impassibili quando soffrono? E una volta riconosciuto che anche i significati in quanto idee stanno nella mente, COME POSSO MAI CAPIRE L’ALTRO? Non se ne stanno forse i significati-idee racchiusi dentro il petto di ognuno “invisibili e nascosti agli altri? Come faccio a sapere che quando l’altro dice di soffrire prova quello che anch’io provo quando soffro?”
Così formulato e articolato, il problema degli altri emerge entro un nuovo paradigma filosofico, che è condiviso da gran parte della filosofia moderna e che orienta e insieme coordina le diverse risposte date nel tempo.
Al centro di questo paradigma vi è l’idea che ciò che mi è primariamente e indubitabilmente dato, siano i contenuti della mia mente; è da qui che prendono i passi sia il solipsista che il comportamentista che, pur pervenendo a conclusioni opposte negli esiti, riconoscono che l’altro è anzitutto un comportamento, meri movimenti corporei: “io non vedo l’altro che soffre, vedo dei movimenti corporei”.
La differenza è che il comportamentista vuole sostenere che il comportamento è tutto ciò che abbiamo e che ci serve, che ciò che è reale è il comportamento, che non vi è alcuna mente che si nasconde dietro il comportamento dell’altro, dietro i movimenti del suo corpo. Egli insomma rinuncia, per così dire, alla mente, riducendo l’altro al suo comportamento; in questo modo egli è convinto di essersi finalmente liberato di tutti i dubbi, le incertezze e i sospetti sull’esistenza degli altri.
Anche per il solipsista l’altro è innanzitutto comportamento, movimenti corporei; anche se così ridotto non è ancora propriamente un altro, qualcuno di cui si possa dire che soffre, gioisce, teme, spera,...
I movimenti corporei, infatti, non sono il dolore, la gioia, il timore, la speranza,…
In realtà il solipsista ritiene che dell’altro non si potrà mai davvero asserire che soffre, gioisce, spera, teme, perché l’accesso alla sua, presunta, mente ci è di principio negato: all’altro egli rinuncia, appagato filosoficamente di quell’intimità di sé con sé che esprime allorché asserisce: “Solamente il mio dolore, la mia gioia, il mio timore, la mia speranza, è reale”.
Il fatto che esista realmente un altro è, allora, tutt’al più una fragile congettura, destinata a rimanere tale dati gli assunti da cui muove. E’ questa, per esempio, la convinzione di Russel secondo cui l’esistenza degli altri è solo in apparenza un dato e la annovera, con qualche ironia, tra quelli che definisce dati “teneri” perché essa è incapace di resistere alla “influenza dissolvente della riflessione critica”, al dubbio, a differenza dei dati resistenti come “i fatti particolari del senso”, i quali appartengono, assieme alle “verità generali della logica”, ai dati “duri”, ossia a ciò che mi è davvero indubitabilmente dato.
(da "Wittgenstein e il problema del “Linguaggio privato” di Chiara De Lucia)

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Rodion R. R.

2011-11-23 19:21:53

Ciao Chiara grazie per questo contributo veramente ricco e che certo meriterebbe di essere approfondito.

Visto che si tratta della prima parte di un tuo studio (a quanto pare estremamente attinente alla problematica dell'Alterità e forse anzi incentrato proprio su questa) penso che potrebbe essere interessante se ti andasse, anche in seguito magari o quando hai tempo, di esporci in maniera sintetica il contenuto complessivo del tuo lavoro e i risultati finali a cui sei pervenuta.

Se il buon giorno si vede dal mattino, credo che, tanto per il sottoscritto quanto per gli altri lettori, sarebbe una ghiotta occasione di arricchimento e un preziosa opportunità di ampliare gli orizzonti del nostro confronto-dibattito.

Grazie ancora.

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